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Covid, le metafore guerresche influenzano i nostri comportamenti? Ecco cosa è emerso

A dirlo è uno studio del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca, in collaborazione con l'Università di Genova.

Le metafore, anche se negative, non influenzano il modo di pensare e di agire delle persone. Lo studio coordinato da Francesca Panzeri del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca, in collaborazione con il Laboratorio di Linguaggio e Cognizione diretto da Filippo Domaneschi dell’Università di Genova, ha analizzato se e come le metafore di guerra, usate per descrivere la pandemia, influenzino i nostri comportamenti.

Panzeri, Di Paola e Domaneschi (2021) hanno svolto un esperimento, per vedere se la presentazione in termini metaforici bellici di argomenti legati alla pandemia porta le persone a prediligere opzioni congruenti con tale scenario (studio sperimentale ispirato dai lavori di Thibodeau & Boroditsky). Hanno presentato degli scenari legati alla pandemia, e chiesto ai partecipanti di indicare con quali alternative si trovavano maggiormente d’accordo.

Lo studio, pubblicato su PLoS One, è stato condotto a giugno del 2020 su un gruppo di 200 italiani, il risultato? Le scelte dei partecipanti non dipendevano dall’esposizione ai testi che evocavano metafore di guerra piuttosto che a testi neutri. È stato però trovato che le persone che si definivano maggiormente di destra e quelle che dichiaravano di usare fonti di informazione indipendente erano maggiormente influenzate dalla presentazione metaforica. Gli autori interpretano questi dati come evidenza del fatto che le metafore non sono di per sé in grado di plasmare i pensieri e i comportamenti degli individui, che (fortunatamente!) non possono essere orwellianamente pilotati semplicemente scegliendo parole o espressioni particolari.

I ricercatori hanno svolto il loro esperimento presentando degli scenari legati alla pandemia, e chiesto ai partecipanti di indicare con quali alternative si trovavano maggiormente d’accordo. Ad esempio, dopo aver parlato del problema della diffusione di fake news legate al COVID-19, tra le alternative proposte c’era sia quella di permettere la censura di opinioni personali se pericolosamente in contrasto con le indicazioni del Governo, sia quella opposta che porta a salvaguardare sempre e comunque la libertà di opinione.

Il punto fondamentale è che gli scenari venivano proposti in una formulazione neutra per metà dei partecipanti, e in una formulazione contenente diverse metafore belliche per l’altra metà dei partecipanti.

Se le metafore di guerra portassero realmente gli ascoltatori a pensare e ad agire in maniera congruente allo scenario bellico ci sarebbe dovuta essere una maggiore propensione a scegliere le alternative “pericolose” da parte dei partecipanti esposti al testo metaforico rispetto a quelli che leggevano il testo neutro. Così non è stato: le scelte dei partecipanti non dipendevano dall’esposizione ai testi che evocavano metafore di guerra piuttosto che a testi neutri.

«Lo studio mostra che le metafore che utilizziamo non sono di per sé in grado di “plasmare” ciò che le persone pensano, come ragionano o il modo in cui si comportano. È importante ricordare che le parole sono sempre pronunciate o ascoltate da parlanti che hanno credenze, opinioni, preferenze e, spesso, anche uno spirito critico», conclude Filippo Domaneschi.