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Homeless go home

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La frase “homeless go home” (traduzione letterale: senza casa, ritornate a casa vostra) é una grande scritta anonima comparsa di recente su un muro cittadino.

Una scritta facilmente memorizzabile che, nella traduzione, riporta il paradosso che anche gli “homeless” (la categoria sociale dei senza casa) s’intende abbiano una casa dove fare ritorno.

Recupero, nel significante di questa provocatoria scritta, lo stigma ostile che contrappunta le contemporanee dinamiche sociali, lo stile belligerante che incista l’armonia dell’ umana co-abitazione.

Nella sua vivente contraddizione, il concetto sottende la volontà radicata di espellere, per turnazione, ogni estraneo.

E anche se alla categoria degli “homeless”  mancherebbe la componente fondamentale per effettuare ed esaudire la richiesta di allontanamento: la casa, l’ affermazione rimarca ed esemplifica l’ideologia escludente di una quota di società civile.

L’ estraneo identifica un’ ampia, varia e variabile classe di individui che la comunità percepisce, come tale, meritevole di espunzione, laddove pare comodo estrapolare a simbolo la scelta di campo “meglio che stiano sulle loro, che sulle mie”, da un libro di Aldo Busi.

Volteggia in mente un arabesco di pensieri circa il fatto che la società contemporanea, globalizzata per definizione dizionariale, non lo sia neppure a parole: poiché, sia in teoria che in pratica, gradisce separare e differenziare.

Per estensione, il concetto conduce alla urticante considerazione per cui “violenza e distruttività non sono familiari all’uomo per specie, bensì per processo evolutivo”, citando Robert Eisler.

In merito, un recente articolo de Il Manifesto, a firma di  Romano Madera, nel ricordare l’eredità di Cavalli Sforza, conferma il fatto scientifico che “tutti gli esseri umani sono geneticamente omogenei”.

Sia come sia, l’atmosfera malmostosa che quotidianamente si respira trae alimento dalla miope applicazione, vorace e individualista, del concetto di progresso, che esecra ogni estensione della comunità, il cui ricordo pare ormai riecheggiare solo nell’ ululato del lupo.

In sintesi conclusiva, non vi è dubbio che per gli esseri umani, in questo stadio di reciproca ostilità, diventare come lupi, non nel senso hobbesiano bensì nel senso di assumere il loro modello di comunità, sarebbe davvero un passo avanti da gigante.

 

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