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Il diritto al lamento

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 Capita non di rado di incappare in una forma di dialogo civico improntata al lamento, in cui il relatore di turno pare trovare compimento e soddisfazione.

Da altro punto di vista,  certa verbalità addolorata, vista la sua diffusione e il manifestarsi  sotto mentite spoglie, costituisce un’insidia quotidiana per il malcapitato uditore.

Detto fatto, questo tipo di dialogo, anche se dall’incipit scoppiettante, smotta velocemente in un antro cupo. E, malgrado la vastità di argomenti disponibili, la modalità coniuga il suo modo e le disgrazie incorse prendono sopravvento narrativo.

A prescindere dalla corrente pandemia che da sola giustifica doglianza, pretende comunque preveggenza il raffronto con questa predilezione del dramma, nella misura in cui, senza distinzioni sociali, avviluppa una quota considerevole del genere umano urbanizzato, perennemente incistato di ansie e pre-occupazioni.

La raffigurazione del cane che, correndo in circolo, si morde la coda vuole riassumere la tenace inconsapevolezza della condizione umana.

E visto che “se la gente sa che suoni, ti tocca suonare” (cit. E.L. Masters), analogamente,  chi gradisce solfeggiare una nota, facilmente vuole cantare l’intero dramma.

A rigor d’indagine, il lamento può ben costituire una cassetta degli attrezzi, un rimedio succedaneo proprio nella misura in cui lo si diffonde all’esterno.

In tal senso, già durante la Repubblica Marinara di Genova al navigante era concessa la previsione contrattuale dello “jus murmurandi” (diritto al mugugno),  a fronte di un ingaggio ridotto.

Perché quindi adesso,  compiuta l’esperienza della Storia, non ri-contrattualizzare  e ri-negoziare certo quotidiano modus, gravando l’indomito narratore di un corrispondente tributo?

Vuoi in ragione del piacere soddisfatto che la sua esposizione lamentosa pare produrgli. Vuoi per la gravità con cui affligge l’uditorio. Vuoi, infine, per il privilegio tutto suo di trarre spunto e romanzare le proprie traversie quotidiane.

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