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Il presupposto dell’abitudine

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E’ logico presumere che la simmetrica combinazione tra una visione statica delle cose e  la costante replicazione dei singoli comportamenti produca, nel tempo, risultati inalterati.

Così, è logica la condizione che avere la soluzione di un problema non equivale a risolverlo, poiché dipende, tra l’altro, dalla capacità dell’individuo di farne buon uso.

Il duplice assunto tende a contemplarsi e ad essere accolto con più facilità a livello teorico, visto che metabolizzare e applicare nuovi schemi mentali, rispetto a quelli consuetudinari, é fatto che esorbita dal trend umano.

Purchessia, certa resistenza alle innovazioni trova una sua giustificazione in una prassi quotidiana addomesticata e nel progressivo consolidamento dell’idea di reputare sempre e comunque adeguato (e astuto) il proprio comportamento, a prescindere dall’esito, anche sfavorevole, in cui è potuto  incorrere.

L’abitudine, inesorabile e insidioso riparo, rifugge ed esclude, in re ipsa, ogni sperimentazione, giacché quest’ultima la si immagina non contributiva di garanzia per un miglior risultato.

Non importa, quindi, se tendiamo a radicarci e attardarci nella replica, magari contestando alla sorte di aver ostacolato un esito previsto differente. E’ ingenuo pensare che tale favore dipenda soprattutto da benevoli fattori esterni ed estranei: ciò a pre-costituire indirizzo per la perpetuazione dei presupposti.

Stante l’approccio su cui si fonda l’assunto, occorre concludere che ogni azione umana trova già nell’idea del facitore la propria a-prioristica conferma, salvo inveire contro il mondo e la fortuna, comoda e generica impersonificazione della causa di un inammissibile insuccesso.

Tale approccio viene infatti emendato e non di rado contraddetto ex sé. Al punto  da riuscire a trovare una quadra  solo nel dogma che assegna adeguatezza e giustezza alla serialità, all’abitudine. Non a caso, Blaise Pascal sosteneva che “l’abitudine alla liturgia della fede diventa credenza”.

Non è quindi ipotizzabile innovare d’emblee un processo in cui si intravvedono sempre e comunque cose buone, da salvare. Per differenza, tantomeno, disfarsi di ciò che ne ha costituito di cattive.

La selezione comparativa non è un metodo facilmente né fisiologicamente applicabile. Pur tuttavia, c’è da esserne persuasi, l’ uomo non ne sentirà la mancanza:  non può mancare ciò di cui non si sente bisogno.

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